L’UOMO CHE VERRÁ (2010) di
Giorgio Diritti
La
storia inizia mostrando la vita agreste della famiglia di Martina (Greta
Zuccheri Montanari), una bambina che non parla da quando il suo fratellino
appena nato le è morto tra le braccia. La vita scorre abbastanza
tranquillamente, seppur a volte viene bruscamente movimentata dall’arrivo di
soldati tedeschi o di partigiani che si rivolgono ai membri della comunità in
cerca di viveri o di riparo. Vediamo quindi la paura, la solidarietà e anche il
buon cuore di queste semplici famiglie contadine immischiate nella Seconda Guerra
Mondiale. La mamma di Martina, Lena (Maya Sansa) è
incinta del tanto atteso secondo genito e tutta la famiglia la accompagna per
nove lunghi mesi. In questo periodo di tempo assistiamo anche a una più
massiccia formazione di squadre partigiane e una maggiore intensità di scontri
tra questi e i soldati nazisti che puniscono quindi gli autoctoni privandoli
del bestiame e di altri viveri. In mezzo alla miseria e alla tragedia
assistiamo però anche a qualche gioioso evento come la Prima Comunione di
Martina e dei suoi compagni e la nascita del fratellino. Purtroppo però la
guerra continua e il 29 settembre 1944 una serie di rappresaglie guidate dalle
SS si abbattono sugli abitanti della zona, coinvolgendo anche Martina e la sua
famiglia. Dopo aver radunato tutti i civili nei cimiteri, nelle chiese o nei
casolari, le SS trucidano tutti gli abitanti che sono riusciti a trovare
durante i precedenti rastrellamenti, compresi un numero altissimo di anziani,
donne e bambini. Martina riesce a miracolosamente a sopravvivere e a ritrovare
il fratellino; ora è lei a doversi prendere cura del piccino e la prima cosa
che fa è cantargli una ninna nanna, riacquisendo l’uso della parola per
occuparsi di quello che è l’uomo che
verrà.
Il film è toccante e nonostante
la sua aderenza ai fatti storici non è per niente crudo. Ho avuto la fortuna di
incontrare durante un meeting universitario uno degli sceneggiatori, Giovanni
Galavotti, il quale ci ha spiegato alcune scelte che sono state prese per
questo film. Innanzitutto l’uso del dialetto bolognese, inizialmente non
previsto dalla sceneggiatura, venne aggiunto su idea del regista Giorgio
Diritti in quanto sentire parlare i personaggi in dialetto avrebbe reso tutto
il film più autentico e, paradossalmente, ha avuto anche l’effetto di rendere
questi personaggi e la loro storia ancora più vicina al pubblico. Alquanto
interessante è lo sguardo imparziale che si è voluto tenere nel mostrare
personaggi controversi come i partigiani e i soldati nazisti, cercando di
andare oltre alla semplice dicotomia “partigiani – buoni, nazisti – cattivi”,
mostrandoli attraverso lo sguardo puro e ingenuo di una bambina, che,senza
alcuna ideologia pregressa, assiste silenziosamente alla violenza e all’odio
che si muove intorno a lei senza pensare che ci siano buoni o cattivi in questa
storia, ma solo “tante persone che si vogliono uccidere” senza capirne il
perché. Operazione quest’ultima sicuramente difficile, ma risultato anche di
una ricerca storica molto lunga e ben eseguita dal regista e dagli sceneggiatori
che hanno raccolto testimonianze, guardato documentari e studiato per anni a
proposito di questi tristi eventi.
Ne risulta quindi un bellissimo
film (e direi che i numerosi premi tra cui il David di Donatello, Il Globo
d’oro e le numerose nomination lo abbiano comprovato) che ci invita a non
dimenticare nessuna vittima della guerra e che ci sprona a vedere sempre oltre
un mondo fatto solamente in bianco e nero, magari adottando lo sguardo puro e
disincantato di un bambino.


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